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Circa 131 mila italiani hanno deciso di lasciare il nostro Paese nell’ultimo anno secondo il XV Rapporto italiani nel mondo 2020 redatto dalla Fondazione Migrantes. Di questi, il 40,9% sono giovani di età compresa tra i 18 e i 34 anni. Come si legge nel documento, “l’ultimo anno rispecchia la tendenza complessiva: l’Italia sta continuando a perdere le sue forze più giovani e vitali, capacità e competenze che vengono messe a disposizione di altri paesi che non solo li valorizzano appena li intercettano, ma ne usufruiscono negli anni migliori, quando creatività e voglia di emergere sono ai livelli più alti per freschezza, genuinità e spirito di competizione”. Difatti, lo studio evidenzia come la maggior parte dei neo-emigrati italiani sia in possesso di un titolo di studio medio-alto (circa il 53% possiede almeno il diploma). Insomma, sono i migliori che decidono di fare le valigie e partire verso paesi in grado di valorizzare al meglio le loro competenze e di farli sentire realizzati in termini lavorativi e non solo.

La diaspora dei nostri ragazzi è stata ben raccontata

Circa un anno fa, dall’iniziativa “Italia Ciao” lanciata dal settimanale L’Espresso, grazie alla quale centinaia di giovani hanno avuto modo di scrivere lettere fittizie al loro amato-odiato Paese di origine, raccontando i motivi dell’addio e le condizioni per le quali sarebbero disposti a tornare. Molti hanno confessato di aver provato a costruirsi un futuro in Italia e di essersi arresi, chi prima chi dopo, dopo aver constatato che il sistema nel quale provavano ad emergere non avrebbe permesso loro di realizzare i propri sogni e le proprie ambizioni. All’estero, soprattutto in altri paesi europei e negli Stati Uniti, hanno invece intrapreso percorsi di carriera all’altezza delle loro aspettative. E’ il caso di Emanuele, 32 anni, professore di Finanza alla prestigiosa Booth University di Chicago; di Sergio, 35 anni, che invece insegna Teoria Politica ad Harvard; di Rosa, 31 anni, ricercatrice al Centro di Eccellenza PluriCourts nel campo del diritto internazionale in materia ambientale. Come loro, tanti altri giovani italiani hanno trovato fortuna oltreconfine, stipando nella categoria mentale dei brutti ricordi quel sistema stanco, vecchio, corrotto, maschilista, intollerante e clientelare che tarpava loro le ali in Italia.

Nel classico messaggio di fine 2019, il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella aveva lanciato il grido d’allarme sull’esodo dei giovani, “ai quali viene sovente chiesta responsabilità, ma a cui dobbiamo al contempo affidare responsabilità”. Il capo dello Stato ha quindi esortato la classe politica ad investire più convintamente sui ragazzi, a dar loro fiducia, fornendo occasioni di lavoro correttamente retribuito, favorendo così il formarsi di nuove famiglie.

La situazione più critica riguarda, come da previsione, le regioni del Mezzogiorno.

Il Rapporto Svimez 2020 ha evidenziato come, nel solo 2018, 20mila residenti hanno scelto di trasferirsi in un paese estero. Un terzo di loro era in possesso di una laurea. Allo stesso modo, quasi due terzi dei cittadini che nel 2018 hanno lasciato il meridione per una regione del Centro-Nord aveva almeno un titolo di studio di secondo livello (il 38% aveva un diploma, il 30% aveva una laurea). Tali dati assumono una dimensione di estrema gravità se si considera il livello di istruzione di coloro che invece popolano ogni giorno il nostro meraviglioso ma trascurato Mezzogiorno. Prendendo in considerazione la popolazione residente di 15 anni e più, si evince che soltanto il 32% è in possesso di un diploma superiore. Percentuale che cala al valore infimo dell’11% quando si tratta di una laurea. Dati alla mano, il divario Nord-Sud si fa sempre più preoccupante, rischiando di diventare una minaccia per la coesione del tessuto sociale del nostro Paese, tenendo anche in considerazione l’aggravante rappresentata dalla crisi pandemica, i cui effetti dovranno essere oggetto di attente riflessioni.

Ad ogni modo, è comunque l’intero Paese che sta subendo il progressivo esodo di giovani qualificati verso l’estero. In dieci anni, come riporta ancora Migrantes, il numero degli espatri è triplicato, passando da 39mila nel 2008 a 117mila nel 2018. Ricercare le cause profonde di tale drammatico fenomeno è necessario, se non un vero e proprio dovere morale. Per quali motivi il nostro Paese, da sempre tra i più sviluppati e all’avanguardia, membro del G7 nonché tra i fondatori del progetto europeo, non riesce a fornire ai giovani tutto ciò di cui hanno bisogno per la loro realizzazione? Per quali motivi un numero sempre crescente di loro nemmeno prova ad intraprendere una carriera lavorativa nello stivale, dando invece per scontato che in altri paesi risiedano maggiori possibilità ed occasioni?

Da un’indagine del sopracitato settimanale L’Espresso, la (non) dignità del lavoro sembra essere la prima causa di abbandono. Crediamo di non dire castronerie quando affermiamo che il lavoro in Italia sia malpagato, precario e spesso sessista. D’altronde, basta leggere i numeri.

In Italia, secondo i dati Ocse 2018, gli adulti con laurea guadagnano in media solo il 38% in più rispetto a quelli con il solo diploma superiore. Giusto per confrontare, la media Ocse si attesta al 55% in più. In Germania, i laureati percepiscono il 69% in più dei loro colleghi senza laurea, in Francia il 55%, in Spagna il 51%, nel Regno Unito il 50%. Andando avanti, il tasso di occupazione dei giovani laureati (25-34 anni) è pari ad un modesto 66%, contro l’84% della media Osce. Il dato appare ancora più significativo se si considera che il tasso di occupazione dei giovani con il solo diploma è di un niente inferiore (64%, contro il 77% della media Osce).

Come riporta il Sole24Ore, inoltre, il 20% dei lavoratori italiani risulta sovraistruito rispetto alle mansioni svolte. Il prestigioso quotidiano economico-finanziario sentenzia che “il nostro Paese non riesce a offrire opportunità ai laureati, non riesce a gratificare ricercatori e persone qualificate offrendo posizioni e condizioni lavorative adeguate agli sforzi e al livello di istruzione conseguiti”. Tutto ciò genera nelle aspirazioni dei più qualificati un enorme senso di frustrazione, che li spinge a cercare altrove il giusto riconoscimento e l’adeguata valorizzazione. Ricercatori, medici, ingegneri, architetti: sono infiniti gli esempi di chi è partito e ce l’ha fatta.

E’ ancora il Sole24Ore a sottolineare che, in nessun paese come in Italia, la retribuzione sembra essere direttamente proporzionale alla seniority, ossia l’anzianità aziendale. Difatti, gli italiani percepiscono uno stipendio più alto dopo i 50 anni e non nella fase di picco della loro produttività, in genere indicata fra i 30 e i 40. Tale funzione anagrafica della redistribuzione sfavorisce i giovani qualificati, che si vedono tarpate le ambizioni di realizzazione e le stesse carriere lavorative.

Inoltre, perché l’Italia non può fregiarsi del merito di essere un Paese per giovani si comprende anche attraverso un’analisi dei fondi destinati alla formazione attraverso gli ultimi dati Eurostat. Nel 2018, il nostro Paese ha speso 70 miliardi di euro per l’istruzione pubblica, pari al 4,0% della ricchezza nazionale misurata in termini di PIL. Nell’Unione, solo quattro Paesi allocano meno risorse all’istruzione: Grecia (3,9%), Bulgaria (3,5%), Irlanda (3,2%) e Romania (3,2%). Ponendo il focus sull’istruzione terziaria (leggi: universitaria), il quadro risulta ancora più inquietante. Difatti, l’Italia si posiziona per distacco all’ultimo posto in Europa, con il solo 0,3% del PIL allocato in tale area. Il nostro Paese è ultimo tra i 27 per quanto concerne anche un’altra, cruciale, dimensione: la spesa in istruzione rispetto a quella pubblica totale. In Italia, il settore a cui ci stiamo riferendo assorbe soltanto l’8,2% della spesa pubblica, contro il 10,9% della media europea. Il paese più virtuoso da questo punto di vista è l’Estonia, che stanzia ogni anno il 15,8% della propria spesa totale per finanziare il processo di crescita dei propri giovani.

Ulteriori studi, realizzati ancora da Eurostat, testimoniano l’immensa verità (purtroppo) insita nel titolo del nostro articolo. In particolare, è di un certo interesse analizzare la composizione della spesa pubblica del nostro Paese, con attenzione specifica posta su istruzioni e pensioni. Ebbene, secondo la banca dati Eurostat, per ogni euro speso in educazione, l’Italia ne spende 3,51 in pensioni. Si tratta del secondo valore più alto in Europa: peggio di noi solo la Grecia con 3,52. Ancora peggio se ci si focalizza solo sulla spesa per istruzione terziaria: per ogni euro in università, l’Italia ne spende 44 in pensioni, di gran lunga il numero più alto nell’Unione (i francesi ne spendono la metà). Se dunque la situazione è difficile in generale, diventa drammatica per quanto concerne l’istruzione universitaria. E’ semplice tracciare un collegamento tra i dati sulla carenza di spesa pubblica in tale area e quelli altrettanto negativi sul numero bassissimo di laureati. Come riporta l’Osservatorio CPI, riferendosi al 2018, i laureati in Italia sono solamente il 26,9% della popolazione totale, a fronte di una media europea del 39,9%. Tuttavia, la percentuale di italiani laureati all’estero sale al 30%, ad ennesima testimonianza del fatto che sono i più qualificati a spostarsi.

La crisi economica da Covid-19 sta poi portando all’esacerbazione di una situazione già critica prima della pandemia.

Nei soli quattro mesi successivi al dilagare dell’emergenza, la fascia di età 25-34 anni ha subito una forte riduzione del tasso di occupazione, che ha eliminato gran parte della lenta ma progressiva crescita accumulata negli anni precedenti. Il Next Generation EU, con i 170 miliardi di euro che arriveranno in Italia tra grants e loans, dovrà essere sfruttato nella sua intera potenza di fuoco al fine di rendere più aperto ed equo il mercato del lavoro ai nostri giovani.

Per ora, la strada intrapresa non sembra essere quella giusta ed anche il fatto che allo stesso Next Generation EU (in italiano: prossima generazione) vi ci si riferisca con la formula più generica ‘Recovery Fund’ la dice lunga sul (basso) livello di priorità che tematiche come disoccupazione giovanile, iniquità salariali e fuga di cervelli ricoprano nel nostro Paese. Analizzando la bozza del recovery plan italiano, si comprende come i giovani assumano un’importanza minimale. Alla voce ‘Giovani e politiche del lavoro’, compresa in quella più ampia ‘Parità di genere, equità sociale e coesione territoriale’, il nostro governo destinerà soltanto 3,2 miliardi dei 196 che compongono il Piano di ripresa e resilienza, vale a dire l’1,63%. In sostanza, la parte relativa ai giovani è confinata ad un paragrafo di vaghe intenzioni, senza né capo né coda. Per converso, nel piano francese ‘France Relance’, alla voce giovani si hanno 50 pagine, 26 misure concrete, ognuna con un obiettivo e un costo.

La rinnovata mancanza di attenzione all’importanza che i giovani rivestono nella società, evidente nel suddetto piano di riforme, si pone in netto contrasto con quanto affermato dal leader del Pd Nicola Zingaretti, il quale aveva twittato: “Nel Recovery Plan la priorità assoluta deve essere data ai giovani. Abbiamo preparato un patto generazionale: scuola, università e ricerca al centro della rinascita italiana per creare lavoro”. E ancora: “Veniamo da decenni di egoismo generazionale. Ora è il momento di spezzare la catena degli egoismi e assumersi la responsabilità della dignità e della qualità della vita delle generazioni future”. 

Le idee di partenza alla base del famoso ‘Patto Giovani’ sono tutte buone: portare l’investimento sull’istruzione dal 4% al 5% del PIL nei prossimi 4 anni, creare un “bonus digitalizzazione” nelle case inserendo il diritto alla connessione in Costituzione, istituire un grande Piano per il diritto alla casa dei giovani che preveda garanzie statali fino all’80% per il finanziamento dei mutui sulla prima casa per ragazzi con contratti a tempo determinato. I giovani, però, hanno bisogno di lavorare. E di essere pagati proporzionalmente alle loro qualifiche. Per tale ragione, una misura più efficace potrebbe essere rappresentata dagli sgravi contributivi per assunzioni di giovani under 35 (come previsto dalla legge 27 dicembre 2019, n.160), la cui evaluation dovrà essere però rinviata a fine pandemia.

Ad esem­pio l’as­so­cia­zio­ne cul­tu­ra­le Eu­ro­pean Peo­ple si è pro­di­ga­ta sin da su­bi­to nel­l’a­do­zio­ne di pro­get­ti va­li­di per l’al­ter­nan­za scuo­la la­vo­ro in for­ma del tut­to di­gi­ta­le, tra­mi­te gli stru­men­ti te­le­ma­ti­ci in voga al mo­men­to, al fine di in­cre­men­ta­re il tas­so di istru­zio­ne di­gi­ta­le.

Insomma, mai come adesso sono state fondamentali politiche attive di inclusione nel mondo del lavoro rivolte ai giovani. La Francia ha tracciato la strada. Cosa deve essere fatto si sa, la volontà politica speriamo arrivi presto.

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